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Paolo Perego

Specialista di application security italiano. 37 anni, milanese, papà, praticante di Taekwon-do ITF, chitarrista e blogger.

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La lunga strada che parte da ieri

Io se ripenso a tutta la strada che ho fatto fino a qui mi meriterei una medaglia. Riguardando indietro ho combattutto tante di quelle volte che, chiamarmi stanco di tutto questo a 37 anni appare un cliché. Ma tanto, anche se mi chiama stanco, nessuno lotterà per me.

La maggior parte della gente vede di te la tua immagine presente. Quello che fai e quello che dici sono la sommatoria di tanti fattori del tuo presente e del tuo passato.

Se quando eri piccolo, ad esempio, hanno passato interi anni a dirti quanto tu fossi inadeguato o quanto tu non valessi niente come puoi essere un uomo sicuro di sè?

Se per la maggior parte del tempo lo hai passato solo perché semplicemente nessuno ha dato importanza che tu socializzassi o per il semplice fatto che ti hanno trattato come un pacco postale messo un po’ di qui e messo un po’ di là, come puoi essere un compagnone? Come puoi essere uno da spogliatoio?

Bhé, oddio con un po’ di impegno ce la fai. Semplicemente fai il triplo della fatica degli altri. Per arrivare dal punto A al punto B, mentre per alcuni è qualcosa di naturale, per qualcun altro è una conquista immane contro giudizi negativi, contro restrizioni, contro limiti assurdi. Quando arrivi al tuo traguardo però te lo godi tutto e tiri fuori artigli alla Wolverine per difenderlo.

Tutta la fatica che hai fatto però, i più non la vedono e se tu la racconti loro, non la capiscono. Pensano tu stia esagerando. Dai l’immagine di un altezzoso che pensa che sia speciale per essere arrivato a B.

Ieri

Riflettevo proprio ieri, quando un paio di persone mi dicevano che ero un figlio cattivo ed irriconoscente che la mente umana è strana. Registra brandelli di informazione in qualsiasi formato che apparentemente non hanno senso e li tiene lì. Come fa il cervello a capire cosa è importante per il futuro e salvarlo? Mistero, forse memorizza tutto e semplicemente certe cose te le risparmia.

Più misericordia il mio cervello di certi buontemponi leader di religioni monoteiste.

Ieri, alla bisogna mi è salito alla mente il ricordo di panna montata con cannella. La domenica pomeriggio, quando l’Inter giovaca in trasferta (perché mio padre era abbonato ma solo alle partite in casa) ricordo che nei mesi invernali si usciva per una passeggiata in quel di Cologno Monzese, allegra cittadina dell’hinterland milanese che avrei imparato ad odiare alla morte.

Ricordo chiaramente che mangiavo un cono di panna montata con cannella in un bar che fa angolo della via parallela a via Sentati, per andare verso la metropolitana per intenderci, dove una volta c’era l’acquedotto. Per inciso, per anni ho continuato a comprare in quel bar l’abbonamento della metropolitana.

Ricordo chiaramente la visuale che avevo attorno agli 8-10 anni perché il mio campo visivo è coperto da una giacca di pelle di color beige chiaro, per inciso era la manica della giacca di mio padre. La cosa sorprendete è che se ripenso a quei momenti io vedo veramente il campo visivo beige.

Incredibile.

Ci sono informazioni che però il mio cervello non rilascia. Ero felice? Ero sereno? Ho chiesto ad alcuni amici di allora di aiutarmi a ricordare ma, chiaramente, le chiacchierate tra bambini volano leggere negli anni e si perdono tra i solchi delle varie vite.

Il sapore alla cannella no, quello rimane.

Al destino si sa non manca il senso dell’umorismo

Una delle frasi che ricordo chiaramente di mio padre era la sua esortazione a non giocare mai in porta. Il concetto era che il portiere ha tutte le responsabilità e non si prende mai i meriti di niente. La cosa buffa è che dal 24 Novembre 1986 io ho dovuto aspettare di conoscere mia moglie 19 anni dopo per avere qualcuno che mi desse il merito di qualcosa.

Ho dovuto giocare in porta, giocoforza, in una partita assurda. Una partita giocata male, con regole sbagliate. Una partita dove ci sono 5 o 6 palloni e c’è una porta sola ed una sola squadra contro. A volte hai un bonus e mettono uno o due difensori ma è un bonus, dura poco. Per il resto sono pallonate. Pallonate. La cosa positiva, riguardando indietro, è che incasso poco nonostante le pallonate. Ma nessuno se ne accorge, presi come sono dal difendere chi attacca.

Per inciso, quando ho giocato a calcio ho giocato veramente in porta. Alla fine credo che il mio subconscio si sia immedesimato in quello che subiva. Le palle erano tutte mie tranne quelle alte… sono alto un metro ed una sega dopotutto.

Adesso vai e fai questo

Un altro ricordo, presente, di mio padre accade in un giorno qualsiasi di un anno qualsiasi prima ovviamente dei 10 anni. Siamo all’oratorio San Marco di Cologno Monzese, centro pieno di misericordia e molto ben disposto verso le persone nuove. Io non volevo fermarmi a giocare, non conoscevo nessuno. Le mie giornate di solito trascorrevano in casa con mia nonna, i miei lavoravano tutto il giorno e quindi il mio cliché era che giocare da solo era una figata immane o meglio, era l’unica alternativa.

Ricordo chiaramente che mio padre mi diede 10 centesimi e disse “adesso tu vai lì dentro (il bar dell’oratorio) ti prendi una spuma e giochi con quei bambini” con la veemenza e la decisione che di solito uso per convincere Daniele che lavarsi la faccia non è un crimine contro l’umanità.

Credo che in fondo mio padre era schiacciato da due caratteri molto forti e molto in opposizione, mia mamma e mia nonna, e che covasse tutto dentro… incapace forse di reagire. Credo che in qualche modo lui in quel momento fosse incazzato nero per come io avevo non imparato a relazionarmi. Non lo giudico. Per anni ho lasciato agire mia madre per evitare fastidi e vessazioni. Forse lo capisco. Così come mi pare assurdo che nessuno mi portasse a giocare a pallone, lui che era matto letteralmente per l’Inter e per il calcio.

Mi portarono in piscina obbligati dal medico perché iniziavo ad avere una forma d’asma allergica. La prima volta che mio padre mi portò in piscina era arrabbiato nero, non voleva farlo. Piano a piano qualche pezzo di puzzle va nel verso giusto.

Dicevamo, ricordi

Ricordi belli? Pochi. Veramente pochi. Lo dico ora con la consapevolezza che invece ne vorrei a valanga per coprire questi 27 anni. Ne vorrei veramente tanti.

Ricordi brutti? Troppi. Ricordi che adesso diventano domande. Domande alle quali non puoi più dare risposte. Ti accorgi però che, mentre i tuoi coetanei avevano una infanzia (bella o brutta per ora non importa, facciamo che per la maggioranza fosse neutra) tu non l’avevi.

Qualcuno, di materiale, che avrebbe dovuto in quel momento proteggerti te la portò via, insieme ad un sacco di giocattoli in un freddo natale del 1986.

Qualcun altro lasciò fare. Incurante, inconsapevole… non lo so. So solo che lasciò fare.

Per questo, ora, quando nella mia vita costruisco qualcosa come una famiglia, come la serenità o come lo sport che mi da sicurezza e calore io lotto per evitare che me lo portino via.

Proprio come qualcuno fece in un freddo natale del 1986.


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